A cura di Mauro Bucci

I Salimbeni erano la più ricca famiglia di Siena: la loro ricchezza derivava dall’attività mercantile col commercio dei grani di Maremma, delle spezie e delle seterie, dalla gestione delle riscossioni ma anche dalla loro attività di prestiti alle aziende. Erano una vera e propria banca come altre ricche famiglie senesi.
Per dare un’idea della loro ricchezza, basti dire che dal catasto delle case di Siena il loro palazzo era valutato 18.900 lire senesi, mentre ad esempio quello dei Malavolti, anch’essi ricchissimi, non arrivava a 3.500. Le case del popolo minuto senese avevano una stima intorno alle 100 lire.
Nel 1355 proprio in questo palazzo i Salimbeni ebbero ospite per due volte l’imperatore Carlo IV; mentre 50 anni prima aveva ospitato Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con la moglie Caterina, figlia dell’imperatore di Costantinopoli, che proprio in quel palazzo partorì una bambina.
Tra Siena e Firenze non correva buon sangue; erano le due città più importanti della Toscana e si contendevano la supremazia. Alla metà nel 1500 la spuntò Firenze ma nei secoli tra il 1200 ed il 1500 ci furono ripetute guerre con alterne vicende.
La sconfitta più sonora per Firenze avvenne a Monteaperti il 14 settembre 1260.
Quella sconfitta fu dovuta principalmente all’attacco della cavalleria tedesca che era schierata con Siena. Questi cavalieri erano al soldo del re Manfredi, e quindi erano della parte ghibellina come i senesi, ma non combattevano per l’ideale e, soprattutto, costavano tanto per il loro mantenimento e per il "soldo", come era chiamata la loro paga (da qui il nome di soldati).

Per quasi 200 anni la Rocca divenne la sede principale della famiglia; da qui cominciarono a costruire la loro potenza politica, da qui reclutavano uomini ed armi e qui si rifugiavano nei momenti difficili. Trasformarono la Valdorcia, parte della Maremma e della Valdichiana in un vero e proprio stato autonomo e fecero di Tintinnano la sua capitale.
Nel frattempo, intorno al 1340, ci fu una grande crisi economica ed incominciarono a fallire decine e decine di aziende mercantili toscane. Alla crisi si aggiunse il terribile morbo della Peste Nera che nel 1347 uccise 3/4 della popolazione toscana. Il senese Agnolo di Tura racconta di aver seppellito con le sue mani ben 5 dei suoi figli in una fossa comune.
Anche a causa di questi fatti i Salimbeni, nel tempo cambiarono le loro attività, abbandonando il commercio e dedicandosi all’agricoltura, acquistando terre e poderi e diventando i più grandi proprietari terrieri dello stato, continuando così ad accumulare denaro.
Tranne alcuni periodi, una parte della famiglia continuò a risiedere a Siena e a spendere questo denaro.
Nel 1280 nacque a Siena la Brigata Spendereccia composta da 12 rampolli di famiglie ricche che per statuto dovevano vivere lietamente in bagordi senza badare a spese. Pare che in soli 2 anni riuscirono a dilapidare un patrimonio di circa 200.000 fiorini, cioè il doppio di quanto erano costati la Rocca con i castelli della Valdorcia.
Dante ne racconta nella Divina Commedia:

"Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
[…]
"Tra’ mene Stricca
che seppe far le temperate spese."

Questo Stricca viene preso in giro perché era uno dei famosi scialacquatori, come pure dopo si cita un certo Niccolò in quanto goloso (che la costuma ricca / del garofano prima discoverse).
Dante si riferisce al costoso vizio dei chiodi di garofano, allora preziosissima spezia importata dall’oriente.
Sembra che Niccolò adorasse questa erba per condire le carni e arrivasse addirittura a usarla al posto della brace per cuocere gli arrosti e la cacciagione .
Sia Stricca che Niccolò erano figli di messer Giovanni Salimbeni e membri autorevoli della brigata spendereccia; Stricca e Niccolò risultano nella Tavola delle Possessioni del 1318 come proprietari di terre e poderi sia a Monticchiello che a Castiglioni d’Orcia.
Quindi i poveri contadini della Valdorcia, con sacrifici e fatiche che possiamo solo immaginare, mantenevano i vizi a questo paio di debosciati nobili rampolli.

Ma un altro più grave difetto dei Salimbeni fu la loro prepotenza che li portò a sanguinose faide con l’altra famiglia senese dei Tolomei.
Si racconta che in alcune occasioni intervenne addirittura il papa per riappacificare gli animi, non sempre con esiti positivi come avvenne appunto nel 1337.
In quella circostanza, fu disposto dal papa che il giorno dopo la Santa Pasqua venisse fatta una importante merenda fra le due famiglie, che sarebbe dovuta essere della fratellanza e della pace. Il luogo prescelto fu un colle poco distante dalla porta Romana di Siena.
Furono portate posate d’argento e scodelle di porcellana, vini di più colori e sapori scovati nelle migliori cantine di Siena e del Chianti. Poi le migliori carni: cervi, lepri, galletti, capponi, pavoni, rarissimi pesci ecc.

C’erano anche degli spiedini garofanati di tordi, una rarità considerando che eravamo in un periodo non certo di passo per questi uccelli migratori.
Purtroppo questi tordi erano appena diciotto e quando al banchetto della riappacificazione furono portati in tavola Tolomei e Salimbeni se li contesero prima con la forchetta e poi con la spada. Come ci racconta la storia il banchetto della pace terminò così nel sangue; quel colle da quel giorno si chiamò Colle di Malamerenda.
Sette anni prima, il 22 ottobre 1330, in un agguato nei pressi di Torrenieri i Tolomei avevano ucciso i fratelli Benuccio e Alessandro Salimbeni.
Messer Benuccio, secondo il cronista Angelo di Tura, "era dé più nomati cavalieri di Toscana, fu tenuto gran tradimento, e per questo a Tolomei fu fatta grande vendetta, la maggiore che mai si facesse a Siena".
Malgrado il governo di Siena avesse bandìto gli assassini e distrutte le loro case, e messi a guardia delle torri della città due o tre fanti ciascuna per dividere i Salimbeni dai Tolomei ed impedirne la vendetta, alcuni uomini dei Salimbeni si portarono a Lucignano d’Asso e qui assalirono e fecero a pezzi Francesco Tolomei e Carluccio, suo figliolo.
Poi se ne tornarono a Tentennano nella loro rocca, portando le teste mozzate delle loro vittime.

Niccolò di Cione di Sandro detto Cocco fu l’ultimo grande signore della Rocca e colui che fece paura alla città di Siena per il potere che aveva tra le mani. Cercò di allearsi con le forze che potevano consentirgli di sconfiggere la Repubblica senese e di prenderne il controllo come signore assoluto. Ma la grandezza della Rocca e dei Salimbeni era ormai in declino. Privato di parte del suo esercito Cocco si trovò alla mercè di Siena che, prima incominciò a conquistare i suoi domini della Maremma e poi tentò il colpo grosso contro la Rocca. Con 100 soldati ed altrettanti lancieri giunsero alla Rocca il 25 gennaio 1418. A mezzanotte, quelli di guardia, che erano stati corrotti dai Senesi, aprirono la porta. "Intrarono nella rocha nella sala, Cocho, sentendo, s’inserò nella penna del casaro cò la sua donna, con 4 suoi fanti, e 6 ne tirò su cò le funi da lato di fuore." Cioè riuscì a rifugiarsi nella Rocca vera e propria e tirò su con le funi da una finestra altri 6 soldati. Prima dell’avvento dei cannoni solo con l’inganno e con la resa si poteva conquistare La Rocca, che era considerata inespugnabile, e neanche questa volta capitolò con le armi. Infatti Cocco resistette per quasi un mese, poi incominciò a trattare una resa dignitosa. Il 22 febbraio si arrese e, secondo gli accordi, ebbe via libera per recarsi a Firenze con la moglie Marietta. Finivano così due secoli di potenza della famiglia Salimbeni e della stessa Rocca a Tentennano. Nel 1419 Siena bandì definitivamente i Salimbeni e ne confiscò le proprietà: tra queste anche il loro Castellare di città, la Rocca Salimbeni. Il Comune, a testimonianza della sua conquista, marcò il palazzo col suo stemma che ancora si vede nell’atrio principale e che porta inciso l’anno: MCCCCXXIIII. All’inizio fu in parte adibito a Dogana del Sale e ufficio di Gabella. E poi, all’atto della sua fondazione, nel 1472 vi sarà collocato il Monte Pio, ed è qui che ancora la Banca Monte dei Paschi, dopo più di 500 anni, ha la sua sede centrale, portando il nome dei Salimbeni all’attenzione del mondo.