A cura di Mauro Bucci

Caterina Benincasa nacque il 25 marzo del 1347, era la ventitreesima e ultima dei figli di Monna Lapa e venne al mondo con una sorellina gemella, Giovanna, che appena nata morì. Monna Lapa allattò da sè la sua figliola, cosa che non aveva mai avuto il tempo di fare con gli altri, a motivo dei frequenti concepimenti.
Sin da bambina Caterina mostrò una esagerata religiosità, arrivando addirittura al digiuno e alle mortificazioni della carne per patire le pene di Gesù.
Monna Lapa, preoccupata, non aveva potuto distogliere Caterina con le parole; allora tentò un altro mezzo: le distrazioni.
E la condusse a Bagno Vignoni, le cui sorgenti calde avevano in quel tempo fama di guarire, in modo particolare, le malattie di fegato e di stomaco e ogni specie di affezione nervosa; ma soprattutto erano luogo di divertimento. Infatti come racconta il biografo di Caterina "Monna Lapa volle menar la figliuola acciocchè nelle feste e solazzi del corpo e nelle vagationi e distrazioni di mente, s ‘intepidisse dal concetto fervore."
Ma Caterina, invece di immergersi nell’acqua temperata del bacino, prese l’abitudine di mettersi proprio sopra il getto bollente, a rischio di scottarsi, per provare, disse, le pene dell’inferno.
Sua madre fu così costretta a riportarla a Siena.

Ma nella sua breve vita Caterina ebbe un’altra occasione per venire da noi, e questa volta venne di sua propria volontà, era il principio dell’estate del 1377.
Sul motivo della sua visita si sono raccontate storie fantasiose, si è parlato di un suo tentativo per riappacificare Salimbeni e Tolomei, oppure di fare da ambasciatrice della repubblica di Siena verso i suoi nemici interni.
Il vero motivo di questo soggiorno era molto meno politico e ce lo dice la stessa santa in una lettera alla madre:
Credo che, se voi sapeste il caso, voi stessa mi ci mandereste. Io sto per poner rimedio a uno grande scandalo, se io potrò. Non è però difetto della Contessa: e però ne preghiate tutti Dio, e cotesta Vergine gloriosa, che ci mandi effetto che sia buono.
La contessa di cui si parla era Benedetta Salimbeni detta Bandeca, sorella di Agnolino Salimbeni, entrambi figli di Giovanni Salimbeni, potente capo della casata.
Lo scandalo però non è quello a cui si penserebbe maliziosamente con la mentalità odierna. Era solo il desiderio di Bandeca di ritirarsi in un convento dopo due matrimoni finiti entrambi con la morte violenta degli sposi; uno era membro della potente famiglia dei Farnese mentre l’altro era un Trinci, Signore di Foligno.

Caterina le aveva scritto in proposito: Gran fuoco si mostrò la prima volta che sposaste: ma subito venne meno, e non rimase altro che fumo di dolore. La seconda apparbe materia del fuoco, ma non venne in effetto; però che venne il vento della morte, e portollo via.
Nel desiderio di ritirarsi in convento era sostenuta dalla sorella Isa Salimbeni che aveva visto anche lei il marito (Antonio di messer Albertaccio Conte dei Ricasoli) ucciso in guerra.
Il problema era che i Salimbeni usavano i matrimoni per legarsi alle famiglie più potenti dell’epoca e la famiglia voleva probabilmente far risposare le due sorelle con nobili scelti da loro per motivi di alleanze politiche.
La missione di Caterina era dunque quella di convincere i Salimbeni a non usare le loro figlie e sorelle come merce di scambio, ma a rispettare i loro desideri.
La popolazione della Val d’Orcia era considerata tra le più zotiche e incivili; già il Beato Giovanni, che, dieci anni prima di Caterina, aveva percorso questa regione, si era lamentato dei cuori induriti dei suoi abitanti.
E un domenicano venuto da Orvieto racconta che alla Rocca di Tentennano confessò dei peccatori così ostinati che erano quarant’anni che non si accostavano ai sacramenti .
Bisogna però capire che la Rocca era la capitale di una signoria quasi sempre in guerra e, quindi, vi risiedeva una guarnigione composta da centinaia di soldati prezzolati, dediti più all’uso della violenza che della cortesia e dei buoni sentimenti.
Di questo Caterina se ne lagnava ma era anche orgogliosa della sua battaglia per portarvi la fede e la bontà.
Scriveva infatti:
Frate Raimondo e frate Tommaso e Monna Tomma e Lisa e io siamo alla Rocca, fra’mascalzoni; e mangiansi tanti dimoni incarnati, che frate Tommaso dice che gli duole lo stomaco. E con tutto questo non si può saziare. E più appetiscono; e trovanci lavoro per uno buon prezzo. Pregate la divina bontà che loro dia di grossi e dolci e amari bocconi.
Poi con una metafora invitava i suoi a tenere duro:
E non vogliate sempre stare al latte: chè ci conviene disponere i denti del desiderio ad ammorsare il pane duro e muffato. Se bisognasse.
Questa lotta contro il male assumeva talvolta aspetti assolutamente soprannaturali. Francesco Malavolti racconta come Caterina alla Rocca non convertisse soltanto dei peccatori, ma liberasse anche degl’indemoniati.
Caterina si trattenne circa cinque mesi alla Rocca. La tradizione vuole che abitasse con il suo seguito in paese ed una lapide individuerebbe, non si sa in base a che dati, la casa.
Dalle sue lettere e dai racconti dei suoi biografi sembra invece che abitasse proprio nella fortezza, ospite dei Salimbeni.
Un indizio forte è la famosa frase scolpita sulla porta della Torre che è ripresa da una sua lettera a monna Alessa:
Il nostro Salvatore m’ha posta in su l’Isola, e da ogni parte i venti percuotono
Altro forte indizio è il fatto che si riunivano tutti insieme in cerchio amichevole, di sullo Sprone contemplando il paesaggio che si stende fino a Siena.
Lo sprone non può che essere quello posto subito sotto alla torre, prima dell’accesso al cortile superiore, che allora era circondato di mura. Il camminamento sopra queste mura era una vera e propria terrazza da cui si dominava la strada fino a Siena.
Ancora oggi da quella posizione si può vedere un panorama che copre tutta la Val d’Arbia ed arriva fino al capoluogo.
Le abitazioni dei Salimbeni e del seguito si trovavano nel piazzale sottostante la torre; dove ancora si vede una cantonata del palazzo, mentre altri pezzi di muratura si trovano dietro il padiglione ora adibito a biglietteria.

Oltre ai miracoli sugli indemoniati, è accertato che proprio alla Rocca la Santa iniziò miracolosamente a scrivere di proprio pugno.
Lo dice lei stessa in una lettera a Raimondo da Capua, e premette:
Questa lettera, e un’altra ch’io vi mandai. ho scritte di mia mano in su l’isola della Rocca. con molti sospiri e abondanzia di lagrime; in tanto che l’occhio, vedendo, non vedeva
E poi:
La Provvidenza.. essendo privata della consolazione, la quale per mia ignoranzia io non cognobbi... (ha) provveduto con darmi l’attitudine dello scrivere; acciocchè avessi un poco con chi sfogare il cuore, pecche non scoppiasse.
…per ammirabile modo me la fermò nella mente mia, siccome fa il maestro al fanciullo, che gli da lo esemplo. Onde, subito che fuste partito da me col glorioso evangelista Joanni e Tommaso di Aquino, così dormendo cominciai ad imparare.
Avrebbe dunque imparato miracolosamente a scrivere dormendo e sognando, avendo per maestri i due grandi santi.
Un suo biografo ci racconta anche i suoi primi passi nella scrittura. Avendo trovato in una stanza del castello (altro indizio che abitava sulla Rocca) un vasetto di minio che si adoperava per tracciare le iniziali, insieme con una penna e con della pergamena, si sedette per provarsi anche lei in quest’arte meravigliosa che aveva vista tante volte esercitare dai suoi discepoli. E mossa, come dice lei, da divina ispirazione, tracciò le prime lettere. Caterina in questi 5 mesi non rimase sempre alla Rocca ma visitò, oltre alla vicina Castiglione, anche i conventi della zona e, sicuramente, andò a Montegiovi dove si era ritirata Bandeca Salimbeni, per parlarle e farle cercare un accordo con il fratello Agnolino.
Solo nel dicembre del 1377 lasciò la Rocca di Tentennano per recarsi a Firenze dove arrivò il 13 dicembre. Sappiamo che poi morì a Roma solo tre anni dopo. Non conosciamo i risultati finali della sua missione alla Rocca. Sembra che la contessa Benedetta non ottenne il suo scopo ma sua sorella Isa, invece, in certe cronache dell’epoca risultava monaca in un convento di Siena.